Storia della Masseria

Nata probabilmente come posto fortificato di guardia tra la costa ed i centri abitati dell’entroterra fa pensare ad una prima edificazione a “torre” di più modeste dimensioni, successivamente ampliata per lo sviluppo di una comunità agricola organizzata.

Distinta nel Catasto Terreni del Comune di Ugento con il foglio 23 e la particella 30, la Masseria Cucuruzza, risale probabilmente al XVI secolo. Essa sorge su un “cucurizzu”, cioè sulla parte più alta di una vasta tenuta, oggi coltivata prevalentemente ad uliveto. Dall’espressione dialettale, secondo il Rolfhs, deriva tanto il nome della Masseria quanto quello della zona su cui essa insiste. Dello stesso parere il Prof. Quintino Scozzi che in “Un paese del sud, storia e tradizioni popolari” descrive, in maniera dettagliata, il complesso masserizio, seppur nello stato di abbandono in cui esso versava negli anni 70.

Nata probabilmente come posto fortificato di guardia tra la costa ed i centri abitati dell’entroterra fa pensare ad una prima edificazione a “torre” di più modeste dimensioni, successivamente ampliata per lo sviluppo di una comunità agricola organizzata. Il muro di cinta, con numerose arcate a sostegno delle stalle, costituisce di fatto una barriera di protezione per un ampio cortile interno scoperto nel quale si svolgeva prevalentemente la vita degli abitanti.

Inoltre,la presenza di due vaste aie e di un grande forno atto a soddisfare le esigenze alimentari di una comunità non certo ridotta, fanno pensare ad una masseria di tipo misto, cioè a carattere agro pastorale. Oltre che da coloni e braccianti agricoli essa fu probabilmente abitata anche da monaci,che ne costruirono la Chiesa.
Annessa al frontespizio, che guarda a levante, vi è infatti una suggestiva Chiesetta, probabilmente di origine settecentesca.

Nelle immediate vicinanze ed appartenente un tempo al contesto masserizio anche un antico frantoio ipogeo, la “Titomba”.

Il nome “Titomba o Titombe” potrebbe rivelare la presenza di una necropoli nelle immediate vicinanze.
Il complesso si inseriva infatti, su un’antica strada che conduceva al famoso Casale di Ruggiano e lungo la quale sono stati rinvenuti reperti risalenti addirittura all’epoca romana. Il frantoio presentava, fin a pochi anni orsono, una lastra di copertura con una data incisa sotto una croce: 1618.

Purtroppo lo scempio di predatori di antichità ha sottratto al frantoio oltre alla lastra, anche attrezzi pietrosi presenti nel sotterraneo tra cui l’antica grossa pietra macina. Il trappeto è scavato al di sotto del piano di campagna ed è accessibile da sud mediante una scala, coperta da inerti e dalle radici di un antico fico che ne ha fatto dimora.

Al pari degli altri trappeti ugentini (quelli di Terenzano e del Crocefisso), viene messo in relazione con la politica agricola dei D’Amore, antichissima famiglia di origine fiorentina feudataria di Ugento fino al 1808, anno in cui la fuedalità fu abolita.
Carlo d’Amore, che ebbe in dono la città nel 1648 dal padre Pietro Giacomo D’Amore, ne divennne marchese nel 1650. Egli curò l’impianto di vecchi e nuovi trappeti detti “alla leccese” per incrementare l’agricoltura, richiamare nuovi coloni e aumentare le sue rendite con l’olivicoltura, ma il suo progetto fallì per il diffondersi della malaria.